5° sabato del tè: le nostre tazze e noi

foto tazze Bella la foto ufficiale delle nostre tazze “scompagnate” vero? Ma non sono tutte. Ne abbiamo un cesto pieno e, sul pianoforte nella stanza del “sabato del tè”, dove ci è sembrato più bello fotografarle, non entravano. Un gesto simbolico scelto consapevolmente, quello di portare ciascuna la propria tazza per bere il tè. Avremmo potuto usare i bicchieri di carta e buttarli senza lavare, asciugare… Invece, abbiamo comperato tutto: spugnette, detersivo dei piatti, portato strofinacci e creato uno spazio per riporle. Che le nostre tazze risultassero così diverse ci piaceva come rappresentazione visibile di una nostra condizione “scompagnata” le une dalle altre e anche come segno di un approdo nella Casa e nel laboratorio. Il mostrarle ora, tutte insieme, vuol esprimere in modo metaforico un incontro e un percorso appena iniziato. Dove, in alcuni momenti, abbiamo intravisto quanto sia stupefacente l’irruzione dell’impensato e dolorosamente entusiasmante anche il “disarmarci”, lo spogliarci dalla possibilità di difenderci, trasformando la resistenza in domande, in apertura al sapere su ciascuna di noi, sulle storie, culture e pregiudizi. Un sapere che non è solo apprendere, ma “comprendere”, far posto a un nuovo sguardo sul mondo.

 

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Ed ecco le foto ufficiali del nostro brindisi per augurarci di fare tante cose a settembre, quando ricominceranno le nostre riunioni. Ma prima di brindare abbiamo cantato “Addio, morettin ti lascio”, commentato il testo, raccontato la storia delle mondine per le nostre amiche straniere, ascoltato storie di sfruttamento del lavoro femminile dalle nostre amiche dell’Ecuador e mangiato i nostri buoni “mangiarini”. Poi, ancora tutte a sedere per riflettere su ciò che si è fatto in questi sabati e anche immaginare ciò che si potrà fare.

Infine, in posa.

Perché, oltre al simbolico e al metaforico, c’è anche il reale e queste siamo noi (alcune di noi, molte ci hanno detto di non poter venire) con le nostre facce, i corpi, la fatica e l’impegno, perché non è così facile mettere in pratica l’”incontro” come lo abbiamo definito e come lo ripensiamo ogni volta.

 

Francesca Amoni
“Laboratorio interculture”

 


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