Caffè, GPA e (bisogno di) femminismi

Senza titolo-1È di questi giorni il dibattito acceso sulla GPA (Gestazione Per Altri/e) tra le “femministe” e le “altre donne”, come a molti media piace definirle; ovvero le donne litigano e loro, insieme a molti politici e vari altri soggetti, ci sguazzano.

Peraltro, anche le “altre donne” si definiscono femministe, ma in sostanza cosa significa questo termine? Lo sto imparando in questi mesi proprio qui alla Casa delle Donne di Milano e, se c’è una cosa molto chiara, è che un pensiero unico non esiste, anzi. Forse l’unica cosa che hanno in comune femministe “vecchie” e “nuove”, “radicali” e “tradizionali”, queer ed ecofemministe, pacifiste e lesbofemministe e chi più ne ha più ne metta, è il fatto di cercare di guardare il mondo dal punto di vista delle donne.

Lo scorso anno ho scoperto la geografia di genere. Mari e monti sono sempre quelli naturalmente, ma la geografia studia anche questioni come la mobilità, per esempio. E i piani della mobilità e dei trasporti pubblici vengono storicamente gestiti da uomini, su una concezione maschile degli orari, riferita a stili di vita “da uomo”. È vero che le donne fanno più cose in meno tempo, gestendo oltre al lavoro, anche spesa, figli, anziani? E ci sono esigenze differenti dal punto di vista della mobilità e del territorio? Alcune geografe lo stanno studiando.

12289509_920358764696599_1372761829175463029_nSpaziando, ma nemmeno tanto, cosa succede alle donne a Kobane, una volta abbassati i riflettori degli articoli che escono titolati “esercito in rosa”? E in Afghanistan com’è la vita quotidiana di una ragazza? E quando si parla di islamisti, perché si nominano più spesso i massimi sistemi rispetto alle ricadute concrete, come il fatto che le donne perdono le libertà basilari, come la possibilità di guidare se non a loro (grande) rischio e pericolo? Qualche giornale pubblica ogni tanto un’inchiesta, ma la voce delle interessate non la sentiamo quasi mai. Alcune di queste donne, quando è stato possibile, le abbiamo incontrate qui alla Casa, e abbiamo ascoltato direttamente da loro ciò che sta accadendo. Le loro vite diventano molto più reali, quando le guardi negli occhi mentre te ne parlano.

E ancora, perché si dice (o non si dice) che la crisi colpisce di più le donne? E le case chiuse? E il gender?
Finché non ho scoperto che esisteva “l’ottica di genere” ero più tranquilla, lo ammetto. Stavo nel mio mondo, che ho scelto perché mi piace e mi corrisponde; certamente mi bastava – l’esistenza nel movimento LGBT è complicata per suo conto – e il resto mi interessava poco. Alla fine però, ho dovuto ammettere che anche tutto il mondo mi coinvolge, anche se preferirei di no. Che i confini non esistono, e non esistono non soltanto per i flussi (o i blocchi) migratori, ma anche perché, finché nel linguaggio comune non saranno entrati alcuni termini, come ministra, nessuna bambina potrà mai sognare di esserlo. E intanto, con i nostri soldi, le leggi che ci riguardano le fanno soprattutto gli uomini. Così, se domani qualcuno decidesse di stuprarmi, avrebbe buone probabilità non soltanto di riuscirci, ma anche di cavarsela con poco. Senz’altro di ripristinare la sua vita prima che io riesca a fare altrettanto con la mia. Per dirne una.

Di queste e di altre tante cose abbiamo parlato e ascoltato in questo anno e mezzo di vita alla Casa, e aver avuto questi muri ha allargato i miei orizzonti. A un certo punto però abbiamo allargato anche i muri, perché nelle stanzette dell’ex scuola di Via Marsala 8 non ci stavamo tutte e, se qualche volta si può seguire un incontro anche ascoltando l’audio dalle casse in corridoio, per dibattere ed elaborare pensiero ci voleva proprio uno spazio che ci contenesse tutte, così l’abbiamo costruito (e ripulito, arredato, decorato).

12249965_916527358413073_6597497181310999344_nLo Spazio da vivere appunto, che forse più correttamente avrebbe potuto chiamarsi lo spazio per pensare, ma poi immagino sarebbe sembrata una stanza da meditazione. Invece lì potremo incontrarci, mangiare, bere e leggere un giornale, ma soprattutto potremo ospitare eventi grandi, su tutti i macro e micro temi che ci interessano e che riguardano non solo noi ma anche le nostre figlie, amiche, compagne, nipoti, e quelle dei nostri figli e parenti, insomma su quel 52% della popolazione che include anche noi.

I lavori edili sono quasi finiti e, finalmente, dopo aver costruito il progetto prima e sistemato la casa poi, potremo entrare appieno e più accuratamente nella fase del confronto e della riflessione.

Perciò chiediamo un aiuto a tutte. La raccolta fondi sta andando bene, ma non siamo ancora a metà. Abbiamo calcolato che, se ogni socia convincesse almeno due persone a donare 20 euro, ce l’avremmo fatta. Io credo di esserci riuscita: siccome sono della generazione delle precarie, ho coinvolto amiche e sorelle per 5 euro, perché quando sei precaria anche 10 euro sono una scelta, ma lo stesso volevo che anche loro un giorno potessero dire, spero e immagino con orgoglio, di aver contribuito a costruire questo progetto. Per il resto ci siamo rivolte alle mamme, barattando una parte del regalo di Natale con una minima donazione.

12112102_8987764366_7386880066594309564_nA volte, più o meno polemicamente, ci chiedono qual é la nostra linea politica. Non ce l’abbiamo. Abbiamo scelto, da Statuto, che la Casa sia antifascista, nonviolenta e inclusiva, ma per il resto di rispettare e farci snodo di tanti pensieri differenti. Il pensiero unico non ha una bella storia e non è il nostro progetto, perché abbiamo deciso che per noi è cruciale avere uno spazio di dialogo e confronto, poi ognuna trarrà le conclusioni che crede. Certo così il progetto si complica, ma non sono certo le difficoltà a farci paura, o non ci saremmo infilate in questa impresa gloriosa.

La mia maestra delle elementari (che è mia amica su Facebook e mi ha insegnato, con il suo esempio, che una donna poteva anche scegliere di non sposarsi e fare politica), mi segnalerebbe che in questo articolo sono passata dalla prima persona singolare alla prima plurale. Vero, ho iniziato scrivendo a partire da me ma poi, elencando eventi e riflessioni fatte, è stato spontaneo usare il plurale, perché ogni scelta qui l’abbiamo fatta insieme, partendo dai gruppi e poi in assemblee, incontri intergruppi, coordinamento e ogni lunedì agli incontri del direttivo. Da un anno infatti faccio parte anche del Consiglio Direttivo della Casa e ne sono una delle tre presidenti, lo dico perché anche questo per me è un traguardo. All’inizio non lo dicevo in pubblico per paura che sembrasse un vanto, oggi lo dico sapendo che lo è, e che questo ha un valore. Sia per quelle bambine di cui dicevo prima, che finché non sentiranno nominare una cosa non sapranno di poterla desiderare (ogni tanto me la immagino, quella bambina, dire che da grande vorrebbe fare la presidente di una casa delle donne!), sia per tutte le donne che, come me, hanno sempre pensato che la parola altrui potesse bastare anche per loro. Non è così, anche questo si impara, e io l’ho imparato  qui.

La raccolta fondi terminerà il 20 dicembre, potete donare da questo link ma, se non andate d’accordo con l’online, potete passare dalla Casa in orario di apertura e lasciare un contributo direttamente alle socie di turno oppure, se preferite, in occasione dei prossimi eventi alcune di noi saranno presenti alla casa, e se volete possiamo aiutarvi nella procedura e intanto conoscerci.

Fra i vari premi possibili, con la donazione da 20 euro c’è un carnet di caffè. Il primo ce lo berremo insieme, alla festa di inaugurazione!

Michela Pagarini


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