Cosa significa entrare in un Gruppo di acquisto solidale (Gas)?

Ci siamo poste una domanda per cercare di focalizzare un punto critico su cui convergere: Cos’è che più di tutto ci fa stare male rispetto alla vita urbana, cos’è che troviamo più difficile da accettare? “Il grande problema della segregazione individualistica, l’isolamento”, è stata la risposta immediata.

Così è nato il racconto di Vittoria sulla sua scelta di entrare in un Gruppo di acquisto solidale: “Ho sempre cercato valori vicini alla vita, ma anni fa mi sono resa conto che non sentivo più né sapori né odori, e allora mi è venuta l’idea di entrare in un gruppo Gas. Mi sono detta ora o mai più, anche per questioni di etica rispetto a modelli commerciali della grande distribuzione che non condivido, e a poco a poco questa esperienza è cresciuta coinvolgendo un gruppo di 50 persone in tantissimi aspetti del vivere sociale”.

La scelta del Gas si è dunque rivelata un modo per “Uscire dall’isolamento”, concetto che abbiamo deciso di assumere come titolo-leitmotiv del nostro primo terreno di lavoro. La nostra idea è che partendo da una scelta che riguarda l’alimentazione (un aspetto fondamentale della “cura”) sia possibile ampliare gradualmente il discorso a tutta una serie di questioni “politiche” nel senso civico del termine (la polis) sulla qualità della vita, sulla cura del territorio, sui modelli di economia e di sviluppo. Una consapevolezza critica che apre un ventaglio di temi fondamentali per il bien vivir (stile di vita, socialità, partecipazione) e apre il conflitto di genere rispetto al progetto patriarcale che è alla base della nostra società.

Vittoria ci spiega che non tutti gli acquisti si fanno a km zero, per alcuni prodotti si preferisce la zona di origine, come nel caso dell’olio di cui lei è referente. Per scegliere a ragion veduta si vanno a visitare i luoghi di produzione, si parla con i produttori, ci si fa spiegare tutto il processo produttivo.  Le scelte del Gas non sono ispirate soltanto a un approccio localistico ma hanno anche lo scopo di incentivare forme diverse di produzione, privilegiando se possibile le aziende giovani. C’è da notare che le imprese a conduzione familiare stanno recuperando un po’ di terreno, perché a causa della mancanza di lavoro molti giovani tornano a occuparsene. L’appartenenza al Gas cambia la relazione con il territorio e con il contesto, anche con la famiglia. Si acquisiscono competenze e saperi, questo aiuta a stare meglio, anche le mamme sono più tranquille rispetto alla salute dei bambini.

Si prospettano alcuni punti critici. Ad esempio, quale sicurezza c’è che le aziende di coltivazione biologica usino sistemi davvero non inquinanti? Sono davvero controllate? Antonella sostiene che questa garanzia si ottiene forse solo con le aziende di ispirazione macrobiotica, che vengono controllate random ogni due anni. Ci domandiamo se è davvero possibile produrre in modo totalmente biologico, perché è difficile porre argini netti fra terra, aria e acqua.

Vi sono comunque altri fattori molto importanti. Ad esempio la filiera corta è preferibile non soltanto dal punto di vista della salute, ma anche perché così si diminuisce l’impatto dell’inquinamento dovuto al trasporto. Inoltre si riesce a favorire l’integrazione città-campagna e a bypassare la grande distribuzione.

Abbiamo quindi preparato un piccolo questionario da sottoporre ad alcune appartenenti al Gas. Dalle  risposte risulta che gli obiettivi iniziali attorno a cui si è formato il Gruppo  – legato da affinità politica e di vicinato  – riguardavano non tanto un’aspettativa di risparmio economico, ma soprattutto il desiderio di migliorare la qualità della vita, l’attenzione alla qualità dei prodotti e alle modalità di produzione.  Attraverso questo tipo di scelta, in un campo apparentemente neutro come il consumo alimentare, si mettono in gioco esigenze profonde che rischiano altrimenti di non trovare sbocco:

  • bisogno di condivisione e confronto sulle scelte che riguardano la qualità della vita,
  • desiderio di nuove forme di aggregazione su basi diverse rispetto al passato e più strettamente connesse alla vita personale,
  • ricerca di una nuova consapevolezza etica sulle conseguenze che le politiche economiche hanno sulla vita delle persone,
  • volontà di incidere,  a partire dal basso con le proprie scelte quotidiane, sulla macroeconomia che mette a  rischio la salute e l’ambiente.

Il vissuto di questa esperienza sembra effettivamente rappresentare per ognuna una forma di partecipazione attiva, una possibilità di sentirsi almeno in parte protagoniste delle proprie scelte e non passive utenti del mercato. Questo senso di microcomunità che si viene formando induce spontaneamente, come ci dicono, a pensare di poter andare oltre, verso altre forme sociali di condivisione e aggregazione.

 


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