Essere Carla Lonzi. Dialoghi femministi.

Carla Lonzi

Carla Lonzi

“Carla Lonzi era tranquillamente e completamente se stessa.”
È la frase che mi risuona dentro dopo l’incontro di sabato 28 febbraio alla Casa delle donne, la pronuncia Laura Lepetit iniziando il suo partecipato intervento. Non è la prima volta che la sento.
Un rapidissimo contatto, una scintilla che scivola e accende qualcosa.
Tranquillamente e completamente se stessa” È stessa la frase che usa Jane Campion descrivendo Janet Frame nell’introduzione a Un angelo alla mia tavola, autobiografia della poeta neozelandese. È la stessa frase usata a proposito di Audre Lorde, nel documentario di Dagmar Schultz Gli anni berlinesi.

Carla Lonzi, Jane Campion, Audre Lorde. Tre donne libere di essere se stesse, di abitarsi. Tre donne che hanno fatto un lavoro simile di decostruzione, che hanno sgretolato, pezzettino per pezzettino,  quelle definizioni che qualcun altro pensa per noi.

“Prima di conoscere Carla Lonzi ero una donna con un lavoro e dei figli. Non sapevo niente di femminismo credevo che non mi riguardasse.”
“Non voglio essere definita avvocata. Non sono d’accordo sulla proposta di Boldrini per adeguare il linguaggio al genere. Ci sono altre priorità”
Il primo virgolettato è di Laura Lepetit, il secondo di Debora Serracchiani (fonte: Il Corriere della sera, 8/3/2015).
Ancora scintille, contatti, cortocircuiti.

Laura Lepetit e Maria Luisa Boccia

Laura Lepetit e Maria Luisa Boccia

Laura Lepetit, umile e geniale come sempre, racconta delle prime riunioni di autocoscienza a casa di Carla, sedute nel soggiorno di un piccolo appartamento milanese, i piedi sul tappeto, i quadri alle pareti. Svisceravano le proprie vite, frugando con intelligenza per riappropriarsene, per impadronirsene.
Maria Luisa Boccia continua sulla stessa linea.
“Solo se metto il mio essere donna al centro del mio pensare e quindi della cultura, e dello stare al mondo, non ho da pensare ad altro. Il femminismo degli anni ’70 non muoveva da una condizione di oppressione, Carla Lonzi era una donna emancipata.” Era una critica d’arte affermata, brillante, che aveva sentito stridere nel proprio lavoro qualcosa. “Il mondo che arrivava dall’Illuminismo avrebbe dovuto condividere con le donne le proprie conquiste, ma non l’ha fatto.”

Cita Olympe de Gouges, la drammaturga illuminista, che dichiarò l’uguaglianza politica e sociale fra uomini e donne. E poi venne ghigliottinata, perché si opponeva alla decapitazione del re.
Altri contatti, altre scintille.

Da re Luigi al presidente Mattarella:
“Donne, su di voi grava il peso maggiore della crisi economica. A voi una società affida il compito di provvedere in maniera prevalente all’educazione dei figli e alla cura degli anziani e ai portatori di invalidità. Le donne conoscono l’importanza del cibo per la vita dell’uomo.” (fonte: La Repubblica, 7/3/2015)
A più di due secoli dall’Illuminismo, le donne sono ancora istituzionalmente messe in cucina, nella cameretta dei bambini, in bagno con gli anziani. Le donne custodi di quei valori “muliebri” relativi al focolare, al privato, alla cura di quell’altro, di quelle alterità che il potere non include, che vengono espulsi dalla forza centrifuga della polis patriarcale.
L’essere donna andava ripensato fra le donne.

La donna non va definita in rapporto all’uomo” scrive Lonzi sul Manifesto di rivolta femminile che Lea Melandri legge introducendo l’incontro: “L’uomo non è il modello a cui adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli. Identificare la donna all’uomo significa annullare l’ultima via di liberazione.”
Torna l’esigenza del partire da sé, quella pratica del raccontarsi, dell’autenticità, dell’inclusione di ciò che è stato escluso dalla politica, il rapporto col proprio privato, con la visceralità, col corpo, con tutto quello che è “indicibile” nella polis, con tutto quello che ci rende differenti una dall’altra e quindi porta all’inclusione delle reciproche differenze. E ancora altri fili che partono, collegano Lea Melandri, la verità del partire da sé ad Audre Lorde, l’abitare tutte le proprie parzialità senza semplificare, definirsi con i trattini (afro-americana-lesbica), portare l’erotismo, inteso come piacere viscerale nel lavoro, nella politica, rifondando sul proprio piacere tutta la vita.
Sulla parcellizzazione inclusiva delle differenze interviene una donna dal pubblico, è venuta a questo incontro da Torino, dove lavora e abita da 20 anni, dopo essere scappata dalla guerra nei Balcani: “In Italia convivono donne dai vissuti diversi, non si può più parlare solo alle italiane e di italiane, bisognerebbe rifondare un femminismo che tenga conto delle differenti esperienze, e delle differenze culturali portate dalle donne migranti, perché non si creino subalternità.”

Prende poi la parola Daniela Pellegrini, che nella Casa delle Donne ha creato un gruppo di autocoscienza: “Adesso è ancora più essenziale riprendere la pratica dell’autocoscienza perché stiamo annegando nella teoria.”

La coerenza della vita privata alla vita pubblica si sottolinea anche nel documentario proiettato ad inizio incontro Ritratto di Carla Lonzi di Gianna Mazzini e Loredana Rotondo.
Tante voci tratteggiano il profilo di questa donna, dalle compagne di percorso al figlio Battista, alla nuora Francesca Archibugi. Ne esce un quadro intimo, dai toni caldi, raccontato quasi sottovoce dai primi piani che si alternano sullo schermo. Ogni tanto passa una foto in bianco e nero di Carla Lonzi, un viso da dama rinascimentale, la fronte alta, gli occhi chiari.
Si sentono anche dei frammenti di Vai Pure la registrazione della lunga conversazione intrattenuta col suo compagno, Pietro Consagra, che verrà trascritta nel suo ultimo libro. È un dialogo che indaga il rapporto di coppia, rapporto in cui Carla si sentiva sì accettata, ma non pienamente riconosciuta.

Lea Melandri

Lea Melandri

E l’amore diventa argomento anche dell’incontro. Lea Melandri rimarca come il femminismo abbia messo in discussione la sessualità ma non altrettanto l’amore: “Il bisogno d’amore è tale che ti confonde le idee, una donna può pensare di aver provato piacere, senza averlo sfiorato. L’amore ha fatto spesso da velo. Nei dibattiti sulla violenza non viene quasi mai nominato, viene esorcizzato, bollandolo come amore malato, senza approfondire i vincoli che si celano sotto questi rapporti, così come nei rapporti fra madre e figlio, inossidabile unione che non viene messa mai in crisi, né dissacrata.”
Si parla anche del discusso articolo di Recalcati (fonte: La Repubblica, 28/2/2015) sulle “madri narcisistiche”, ennesima trita demonizzazione della donna che apre le proprie aspettative oltre il focolare domestico, e allora viene imputata di assenza di amore verso i figli; mai una volta che nel quadretto familiare si parli di padri.
Ma, del resto, lo dice il neo-eletto presidente, lo dice financo la nostra costituzione (art. 37), la funzione essenziale della donna è quella familiare…
È per questo che la Casa delle Donne sta programmando degli incontri di diffusione e conoscenza dei saperi femministi, ancora molto attuali. Perché dal femminismo degli anni ‘70 c’è ancora tanto da prendere e imparare, perché il femminismo degli anni ’70 possa aggiornarsi e adeguarsi alle novità di questa società in divenire.

 

Alessandra Ghimenti


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