L’8 MARZO CON LE DONNE CURDE

 

 

Noi popoli che viviamo nelle regioni autonome e democratiche di Afrin, Cizre, Kobane, una confederazione di crudi, arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni liberamente e solennemente proclamiamo e adottiamo questa Carta.

Con l’intento di perseguire, libertà, giustizia, dignità e democrazia, nel rispetto del principio di eguaglianza e nella ricerca di un equilibrio ecologico, la Carta proclama un nuovo contratto sociale, basato sulla pacifica comprensione e la pacifica convivenza tra tutti gli strati della società nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e affermando il principio di autodeterminazione dei popoli.

Dalla Carta del Contratto Sociale del Rojava

IMG_0137Tra il 1° e il 15 marzo due delegazioni organizzate dal CISDA (Coordinamento italiano sostegno donne afghane), cui hanno partecipato due donne della Casa, hanno visitato le zone curde della Turchia al confine con la Siria, per celebrare l’8 marzo con le donne curde a Diyarbair, incontrare i profughi yazidi e gli sfollati di Kobane, parlare con chi sta lavorando per l’emergenza e la ricostruzione e donare dei fondi raccolti prima della partenza.

Le formazioni di autodifesa curde (YPG e YPJ) hanno, alla fine di gennaio, liberato Kobane dall’assedio dei fondamentalisti dell’ISIS, ma la città è distrutta all’80% e le milizie islamiste si sono accanite soprattutto sulle infrastrutture, sulle scuole, sui centri politici e culturali della città che ora è piena di macerie, cadaveri, bombe inesplose e mine. Il governo turco ha chiuso la frontiera al passaggio dei camion di aiuti nonostante già 20.000 sfollati siano rientrati in città. C’è bisogno di tutto e il Consiglio per la ricostruzione di Kobane chiede che venga aperto un corridoio umanitario permanente per consentire il passaggio di aiuti.

“La battaglia che stiamo combattendo noi curdi”, ci dice Çia, una splendida e determinata giovane donna responsabile della gestione degli aiuti agli sfollati a Suruç, la città turca a sei chilometri da Kobane in cui si sono concentrati gli sforzi per accogliere gli sfollati dal Rojava, “non è solo sul fronte dell’autodifesa. Ciascuno di noi riveste un ruolo fondamentale per conseguire la vittoria nella nostra battaglia”. E la battaglia, ci dicono tutte quelle che incontriamo (Zuhal Ekmez, co-sindaca di Suruç, Fayza Abdî, presidente del consiglio legislativo di Kobane, Sebahat Tuncel, deputata del parlamento e co-presidente dell’HDP, Evrim Kurdoglu, che lavora giorno e notte nel centro culturale di Suruç con altri giovani per coordinare gli aiuti) non la combattiamo solo sul piano dell’autodifesa; è soprattutto politica e culturale.

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I campi sono organizzati attraverso il sistema dell’autogoverno, lo stesso applicato nei cantoni del Rojava fino all’assedio dell’ISIS: i membri della comunità eleggono un consiglio, nelle scuole si studia anche la lingua curda e si insegnano i diritti umani e delle donne, vengono istituite le case delle donne e ogni decisione è presa tenendo conto delle esigenze della comunità.

Sono determinate, le donne curde, a difendere il contratto sociale sottoscritto nei tre cantoni del Rojava (che viene applicato anche nelle zone curde oltre il confine della Siria) e che le ha portate, come donne, ad assumere ruoli sempre più rilevanti nella società. Sono organizzate in associazioni all’interno delle quali vengono fatte le proposte e prese le decisioni che le riguardano, una modalità decisionale che si applica in tutti gli ambiti e nei tre cantoni.

“Non ci interessa se il paese in cui viviamo si chiama Siria, Turchia, Iraq o Iran ma vogliamo avere la possibilità di vivere in una società in cui si rispettino etnie, religioni, ambiente e dove le libertà fondamentali, i diritti umani e delle donne vengano applicati alla lettera.”

Mai, nelle voci delle donne con cui abbiamo parlato, è trapelata disperazione. Il messaggio che ci hanno lasciato è di gioia e di speranza. Una straordinaria lezione dalle donne di un popolo che da 35 anni lotta per affermare la sua stessa esistenza.

Laura Quagliuolo

 


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