“La Jihad delle donne”: un incontro intenso

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L’incontro di sabato 23 alla Casa

Intenso e ricco l’incontro con Ani Zonneveld e Luciana Capretti sul libro “La Jihad delle donne”, che si è svolto sabato 23 settembre nella stanza arancione, con molte persone assiepate anche nel corridoio. Finalmente un’occasione per un dialogo tra di noi e con donne di fede islamica delle più diverse opinioni: l’imamah Ani, appassionata portatrice dei valori universali di libertà e di pari dignità tra tutte le persone, senza discriminazioni di genere e di orientamento sessuale, e sostenitrice della voce autentica delle donne; la giornalista Luciana, che ha approfondito a lungo il tema; le più moderate rappresentanti della comunità delle donne islamiche milanesi, la dinamica rappresentante dei giovani mussulmani, tante persone che si sono interrogate sul ruolo e la formazione degli imam, una serie di domande che avrebbero richiesto uno spazio più ampio e un tempo molto più lungo. Ecco di seguito anche un’intervista ad Ani di Maria Zizza, del nostro Ufficio Stampa.

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Casadonne-imamahUn incontro per Torino Spiritualità e un altro alla Casa delle Donne di Milano per discutere e spiegare la condizione delle donne musulmane sono lo spunto per una chiacchierata telefonica con Ani Zonneveld, imamah a Los Angeles, e Luciana Capretti, giornalista e autrice del libro “La jihad delle donne. Il femminismo islamico nel mondo occidentale” (Salerno 2017).

Uno scambio di battute su un tema poco noto che in realtà apre nuove prospettive e modi di vedere l’integrazione anche in Italia.

Quella che emerge è l’idea che, per un aperto e corretto dialogo con l’Islam, sia fondamentale guardare a come le donne musulmane stanno cercando di rivendicare i propri diritti e promuovere un’immagine della loro religione più inclusiva nei confronti dell’universo femminile. Dice Luciana Capretti: “Ho scoperto che c’erano diverse imame e mi è piaciuto – e mi piace – che non tutte le donne musulmane fossero oppresse e vittime. Ho trovato imame a Copenhagen, a Colonia, una decina nel mondo occidentale. Queste donne e altre ancora hanno fatto già tantissimo, in maniera assolutamente discreta, chiedono un cambiamento, non con le armi, ma tutti i giorni con il sorriso, le parole, la predicazione gentile”.

Dello stesso avviso è Ani Zonneveld, che è stata una delle prime imamah al mondo, che oggi predica a Los Angeles e guida la preghiera del venerdì per uomini e donne.

Si può parlare quindi di un femminismo islamico? Non ci sono dubbi per Ani Zonneveld: “Sì, si può assolutamente parlare di un Islam femminista, anzi è un modo di essere femministi”. Aggiunge poi “Maometto stesso è stato un femminista ante litteram prima ancora che si potesse parlare di femminismo. Prima di lui esisteva la pratica per cui neonate di sesso femminile venivano uccise, a loro venivano preferiti i bambini maschi; è con Maometto che questa usanza viene abbandonata. Si tratta di un modello a cui guardare.”

L’uguaglianza di diritti e il superamento di ogni discriminazione di genere sono il punto di partenza. Ne parla anche Luciana Capretti a proposito della nascita del suo libro:

“Io penso che alla base del mio libro ci sia un messaggio di speranza e che questo messaggio sia fondamentale non solo per l’Islam ma anche per noi. Quando queste donne musulmane parlano di eguaglianza di genere e di secolarizzazione mettono davanti principi democratici che sono alla base anche delle nostre società occidentali. I valori di giustizia e di uguaglianza sono fondamentali per una convivenza con l’Islam nei nostri paesi che hanno una base cattolica.”

Dacasa-donne queste convinzioni nasce proprio il volume edito da Salerno, una sorta di scommessa, un testo contro gli stereotipi che mostra come, al di là dell’immagine della donna musulmana nascosta dietro un velo, ci sia invece una posizione che si sta lentamente diffondendo di donne che rivendicano i proprio diritti rimanendo perfettamente coerenti con i principi del Corano.

Diritti e predicazione per cui Ani Zonneveld va avanti ogni giorno. Imamah, musicista, attivista, ha fondato anche l’organizzazione Muslim for Progressive Values, che ha sedi negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, in Cile ma anche in Europa (Francia, Belgio, Paesi Bassi). Il fine di questa associazione è trasmettere e insegnare i valori di uguaglianza, tolleranza e giustizia racchiusi nel Corano. “L’integrazione passa tramite la scoperta della propria identità” dice Ani, “Io sono una persona assolutamente normale. Ho bisogno dei miei momenti di preghiera, ho bisogno anche di vivere in comunità”. Forse è curioso per chi vive in Italia immaginare la vita di una imamah anche se poi basta spostarsi in Nord Europa e si trovano esempi di imamah come Sherin Khankan a Copenaghen e Rabeya Müller a Colonia.

Quella che sembra delinearsi quindi, è una vera e propria rivoluzione, pacifica, lenta e tollerante.

Una rivoluzione in cui sono le donne le protagoniste.

 

 

 

 


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