La Resistenza, le nuove resistenze e …

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 La Resistenza, le nuove resistenze e la nostra “metamorfosi”

«Figlie mie, siate indipendenti. Potrete sposarvi, non sposarvi, cambiare marito ma non dovrete mai chiedergli i soldi per le calze. Perché non si può essere indipendenti dalla testa se non lo si è dai piedi». Questa raccomandazione ricorda Lidia Menapace, tra quelle più importanti di sua madre e la divide con il pubblico di donne che affolla le due sale della Casa delle donne di Milano, dove sabato 11 aprile si è svolto l’incontro:Le Donne, la Resistenza…il Presente, organizzato dal gruppo Libr@rsi e condotto da Francesca Amoni. Protagoniste due inossidabili novantenni: Lidia Menapace e Lidia Custodi. Per un improvviso contrattempo, non è intervenuta Francesca Wronowski Fabbri, la terza invitata a partecipare. Rimando alle loro intense biografie per un approfondimento. Qui mi fermo all’elemento comune che le ha portate all’incontro: entrambe hanno fatto la Resistenza, una delle due con il grado di sottotenente. Entrambe hanno avuto a che fare con la lotta armata; ma tengono a precisare che si sono rifiutate di usare le armi. La Custodi le trasportava soltanto e sorride al ricordo di quella volta in cui, caricati i fucili su un carretto, con le sue compagne completò il carico con la testa e le zampe di un agnello per camuffarlo come trasporto di cibo, facendola in barba ai tedeschi del posto di blocco. Ma ripensa a quanto sarebbe stato bello poter disporre anche della parte mancante dell’animale, perché di fame ce n’era tanta!LiviaSismondi_IMG_0824 E ridiamo, insieme a lei, della fame che il suo corpo sano e giovane covava continuamente e, inevitabilmente, restiamo colpite e commosse dal suo coraggio di diciottenne. La Menapac+e, invece, si schermisce dicendo che lei armi no, assolutamente no! Trasportava solo esplosivo per danneggiare le cose, nascondendolo a pelle sotto i vestiti… Seria, lo dice, come fosse cosa da poco e anche lei strappa un gran sorriso a noi che la percepiamo audace, ma quasi inconsapevole di aver rischiato di essere una kamikaze. La verità, forse, è che, quando si tratta di armi, le donne fanno un passo indietro, anche se tra loro ci furono quelle che spararono. Nodo tuttora critico quello delle donne armate, le donne e la guerra. E continuano a raccontare, dietro le sollecitazioni di Francesca Amoni, di quei loro anni giovani, passati a cavalcioni su una bicicletta a far da staffetta per chilometri; oppure di infinite scalate in montagna per raggiungere i compagni, con i piedi dentro le scarpe con le suole di legno, quando si aveva la fortuna di avere un paio di scarpe, precisa la Custodi. E tirano battute, ora l’una ora l’altra; ridono ancora dall’altezza di questa loro età limpida, panoramica, guardando indietro a quella giovinezza intensa, che noi oggi definiamo eroica e drammatica e che loro riconoscono come l’unica possibile. Trascinano anche noi nelle loro risa, come se raccontassero di marachelle infantili e inondano la sala di levità e di profonda umanità, regalandoci quest’ultimo generoso dono.
Inevitabile, però, arriva il momento della riflessione storica a cui la conduttrice, puntuale, le porta. Ed ecco delinearsi sulle loro bocche una Resistenza allargata a macchia d’olio, fino agli strati sociali più poveri; ciascuno con le proprie spinte, umanitarie o ideologiche, a fare la propria parte e a nascondere, nutrire, rivestire di abiti civili i soldati in fuga dai rastrellamenti dei nazi-fascisti; una massa senza nome se non che nei racconti orali e i ricordi che man mano si perdono; numeri che non compaiono su nessuna documentazione e che condizionano i dati storici. Finita la guerra, sfilano gli uomini della Resistenza ma, al loro fianco, non ci sono le compagne di lotta, le donne sono tornate a casa. Cosa è successo? Perché dopo aver rischiato la pelle le donne non hanno preteso il legittimo riconoscimento? E negli anni successivi perché non hanno costruito un loro specifico ruolo e preteso un posto nella vita politica e sociale, rivendicandoli a viva voce, in nome di ciò che avevano dato?
Le due testimoni presenti sono l’esempio lampante del contrario: la Menapace, docente universitaria di prestigio e intellettuale, si è sempre impegnata e ha scritto vari libri sulla questione e la sua stessa vita è stata coerente con le sue istanze; come così pure quella della Custodi che, nel suo privato e nel pubblico, ha sempre lottato per la dignità e l’emancipazione delle donne, criticando e dissentendo da certa politica e impegnandosi in ambiti nei quali avrebbe potuto incidere maggiormente (è anche la fondatrice del primo consultorio laico di Milano). Ma, benché gli esempi straordinari sono come il sale per le rivendicazioni di una intera categoria, è accaduto che le donne non hanno assunto quel ruolo nella vita pubblica che l’impegno e anche la «metamorfosi continua di sé» e il «sentirsi soggetti» della storia durante gli anni della Resistenza avrebbe implicato (Francesca Romana Koch, Memoria di donne, Treccani, 2005 che ci dice anche di come Anna Bravo, Anna Maria Bruzzone e altre, a partire dagli anni ’70 del Novecento, abbiano aperto la strada ad una storiografia sulle donne e la Resistenza).

Le tesi della Custodi e della Menapace si aggiungono, a conferma di quanto fosse difficile muoversi e affermarsi negli spazi politici con la specificità di donne, senza un movimento a sostegno. La Custodi avanza anche un’analisi sul frazionamento dei partiti di sinistra, ma anche per questo sarebbe necessario un momento di riflessione in più.
E il neopatriarcato? A quali resistenze sono chiamate oggi le donne, incalza Francesca Amoni. Resta da costruire una storiografia su nuove basi e con criteri inclusivi di tutte le categorie sociali che contribuirono agli eventi e ai fenomeni storici, asserisce Lidia Menapace. Il movimento femminista dagli anni ’70 ha dato degli scossoni rilevanti e si sono acquisiti diritti prima inesistenti, sui quali però dobbiamo sempre vegliare perché a rischio, aggiunge la Custodi. Pur con tutti gli errori, le contraddizioni e le involuzioni siamo arrivate a oggi e le nostre autorevoli relatrici a questo oggi ci invitano ad ancorarci. Perché loro non mollano e ci ricordano che è stato anche con i voti delle donne che è nata la Repubblica e che, anche se questa non è la società alla quale si sarebbero aspettate di approdare, non si stancano di costruire, a cominciare da se stesse nella vita di tutti i giorni e da ciò che si conosce; ci invitano a cucire «tra le maglie rotte», dice la Menapace, a raccogliere le «voci dissidenti, le risposte dissonanti» e connetterle in una rete più ampia. Questa è la sfida politica. Bisogna partire dalle piccole cose concrete che, proprio perché concrete, poi così piccole non sono: l’uso di un nuovo linguaggio che contrasti il sessismo linguistico, abituarsi alle risposte non dogmatiche, contrastare i monoteismi politici, sociali, religiosi; «No all’uno», «Sì alla complessità che è garanzia di democrazia» e «Sì al rischio dell’accoglienza, piuttosto che tenere la porta chiusa».
E poi, dietro richiesta del pubblico, si discute diquote rosa, si riflette su donna e potere, di pacifismo, di liberismo capitalista. E loro non si risparmiano, colloquiando con noi ben oltre i termini di tempo previsti.
Considerando che scorrazzano sul suolo nazionale affrontando numerosi incontri come questo, non si può negare che siano proprio avvezze a resistere.
Potremmo mai offenderle con il nostro silenzio?

Angela Giannitrapani, dal suo blog donnedellarealtà


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