Barcellona, giustizia per le donne migranti – Interventi

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La multipla vulnerabilità delle donne

Giulia Fiordelli

Sono certa che sarebbe stata un’occasione bellissima incontrarci per restituire l’esperienza che ho fatto a Barcellona ma non essendo possibile spero di rendervi almeno un po’ della mia gratitudine per avermi dato la possibilità di partecipare come portavoce della realtà ravennate.

Devo dire che Barcellona è stata proprio una scelta giusta come sede per il TPP, Barcellona città simbolo di accoglienza fortemente voluta dalla sindaca Ada Colau.

Il clima intorno al TPP è stato veramente incredibile, moltissime persone hanno portato a gran voce testimonianze di violazioni dei diritti umani in tutte le forme e ai diversi livelli, violazioni a cui specialmente noi popoli di frontiera del sud siamo obbligati ad assistere in questo tristissimo momento storico.

Si è parlato di responsabilità non assunte dai governi dei singoli Stati, ma anche da parte dell’UE, che così rinnega la sua caratteristica politica principale, cioè quella di protezione dei diritti fondamentali e inviolabili della persona, dei diritti umani e del diritto internazionale.

Si è molto discusso dei viaggi dei/delle migranti, del transito gestito da reti di criminali locali soprattutto facendo riferimento al tacito accordo (ma neanche troppo) che questi trafficanti instaurano fra i paesi del Nord e i paesi d’origine per compiere questa vera e propria compravendita di schiavi, perché è di questo che si tratta.

Si tratta di reclutamento, spostamento e acquisto mediante inganno, truffa, ricatto e coercizione di persone, in gran parte donne, che per vulnerabilità (fisica, psichica, economica) finiscono per cadere nella rete dei grandi imprenditori del mercato di esseri umani e non riescono a venirne fuori talvolta per anni, decenni e nei casi peggiori mai.

Le denunce esposte da noi portatrici di realtà locali sulla condizione delle donne migranti sono state tante, forti, diversificate ma anche concordanti.

Le giudici del Tribunale, di estrema competenza, sono rimaste a lungo in ascolto e con pazienza e professionalità hanno interagito alla ricerca degli opportuni approfondimenti.

La preponderante presenza femminile al TPP si è sentita ed ha certamente agevolato una discussione mirata all’approfondimento della multipla vulnerabilità femminile all’interno del processo migratorio già drammatico di per sé.

Le giudici non hanno tuttavia mancato di prendere posizioni forti quando questa realtà veniva messa in discussione. Sul tema della tratta i paesi di prima accoglienza quali Spagna e Italia hanno avuto modo di raccontare esperienze di sfruttamento multiplo delle donne:

  • donna-schiava del mercato sessuale;
  • donna-madre che presta il ventre ai fini della regolarizzazione di fantomatici padri;
  • donna-badante irregolare e malpagata;
  • donna-complice obbligata al reclutamento di altre sorelle e compagne per il mercato sessuale;
  • donna- lavoratrice sfruttata e molestata e si potrebbe continuare.

Si è molto parlato anche della condizione dei minori con diverse sfumature di condizione:

minori sfruttati/e in strada, nel turismo, in agricoltura, minori figli e figlie di vittime di tratta o traffico di essere umani, figli nati da abusi, stupri, figli strumentali ai documenti, alle proroghe per avere i sussidi data l’impossibilità  per le madri di crearsi forme di autonomia economica.

Devo dire che il discorso è rimasto davvero per tutto il tempo su dei livelli di interesse e di stimolo molto alti. L’esperienza è stata davvero proficua e densa. Non sono mancate le opportunità di apprendere né quelle di mettersi in discussione e ricredersi su alcune convinzioni.

Certo è che tutti e tutte a mio avviso ci siamo sentiti/e parte di un processo che ci vede coinvolti/e ma non sostenuti/e dalle politiche ufficiali.

Fuggono da violenze di ogni tipo

Ariela Iacometti

Siamo a Ventimiglia da circa un anno dove portiamo avanti insieme ad altre organizzazioni solidali uno spazio informativo e di assistenza legale. Da dicembre del 2017 abbiamo contribuito ad attivare all’interno dell’Infopoint Eufemia uno spazio separato dedicato a donne e bambine/i, luogo di incontro e relax, ma anche uno strumento per sostenere e promuovere l’autodeterminazione rispetto al viaggio e alla propria vita. Cerchiamo di facilitare l’accesso ai servizi del territorio (consultorio in primis) lavorando insieme alle altre realtà di solidali presenti a Ventimiglia e insieme alle donne in transito pensiamo attività che possono essere utili in base a quello che sono le loro prospettive e decisioni.

L’incontro tra donne, siano esse autoctone o migranti, è di fatto la pratica che, come femministe, ci guida in questa attività come nelle altre: riconosciamo nelle scelte delle donne migranti il risultato di processi di autodeterminazione (sottrarsi alla violenza economica, ambientale, sessista) che mettono in discussione l’ordine patriarcale. Siamo inoltre consapevoli che la libertà di migrare e la lotta al razzismo istituzionale e sociale riguardano la vita di tutte le persone: le straniere, le povere, le lesbiche, le transessuali, le dissidenti.

A Ventimiglia le persone migranti sono in transito verso Francia e altri paesi europei; dall’estate del 2016 esiste un campo istituzionale gestito da Croce Rossa Italiana, il campo Roja, situato a 5 km dal centro cittadino e dalla stazione ferroviaria. Per circa un anno è esistito anche un centro che accoglieva donne e minori gestito dai volontari di Caritas presso la chiesa di Sant’Antonio alle Gianchette vicina al centro città: il centro ha chiuso il 17 agosto per volontà della Prefettura di Imperia e della giunta comunale di Ventimiglia. Da quel momento le donne e le/i minori sono state trasferite al Campo Roja ma molte hanno preferito spostarsi nell’insediamento informale sul greto del fiume, per rimanere vicine al centro città e alla stazione ferroviaria e per evitare di essere registrate con le impronte digitali in un campo estremamente militarizzato. Inoltre, molte donne raccontano di trafficanti che si muovono con agibilità dentro il Campo Roja: per questo tante di loro, anche con bimbe e bimbi piccoli, vivono nell’insediamento informale esposte alle intemperie e in pessime condizioni igieniche piuttosto che recarsi al campo istituzionale.

Le donne che raggiungono Ventimiglia spesso lasciano paesi dove la violenza patriarcale è la norma, ma essa le accompagna nel viaggio e non le abbandona nemmeno in Europa. A Ventimiglia ad esempio la violenza di genere è una dimensione trasversale che riguarda tutte le donne migranti: all’interno del campo istituzionale non esiste uno spazio sicuro riservato alle donne né sufficientemente protetto da incursioni notturne di esterni; nei campi informali la promiscuità è totale. Nel campo istituzionale le donne sporadicamente possono incontrare personale formato di ONG che le agevola nel collegamento con i servizi sanitari di base mentre ciò rimane del tutto precluso per chi non sta nel campo istituzionale. Complessivamente le donne in transito a Ventimiglia hanno inadeguato accesso ai servizi di salute riproduttiva, alla prevenzione di gravidanze indesiderate e di malattie sessualmente trasmissibili, all’interruzione volontaria di gravidanza, all’assistenza psicologica e all’istruzione.

Il traffico e la tratta ai fini dello sfruttamento della prostituzione sono a Ventimiglia una realtà palese ma invisibilizzata. Le donne possono essere agganciate dai trafficanti perché arrivano a Ventimiglia in cerca di aiuto per passare il confine e spesso trovano chi promette loro un aiuto in cambio di un periodo di schiavitù. È anche frequente veder arrivare donne in treno da Milano, Roma, Bologna (dove in molti casi erano ospiti dei CAS) che attendono fuori dalla stazione; dopo un poco arriva un uomo o più uomini che le portano in alcuni bar del centro città, sempre i soliti, dove le lasciano in attesa di qualcuno che le raccolga per avviarle al lavoro in strada o in appartamento.

Il fenomeno della tratta sembra essersi consolidato ulteriormente dopo lo sgombero nell’aprile 2018 del campo informale sul fiume, sgombero che ha dato origine a nuovi numerosi insediamenti sparsi sul territorio, nascosti e inaccessibili. La struttura organizzativa della tratta (luoghi, persone, meccanismi di aggancio) sono chiaramente riconoscibili dopo un breve periodo di osservazione ed è perciò per noi sconcertante che le forze dell’ordine molto attive nel controllare e criminalizzare le persone solidali, apparentemente non contrastino questo fenomeno criminale che lavora indisturbato da almeno un anno e mezzo.

La realtà di Ventimiglia è caratterizzata da un continuum di violenza di genere e abuso che va dalla mancanza di spazi sicuri di accoglienza riservati alle donne al rischio di essere catturate dalla rete del trafficking; la violenza colpisce anche le donne solidali con le migranti che hanno nel tempo ricevuto minacce e insulti di tipo sessista da forze dell’ordine e trafficanti.

Fin dall’inizio del 2018 abbiamo lavorato insieme a Progetto 20k (il collettivo che ha aperto Eufemia) per una mobilitazione a Ventimiglia: essa è per noi un modo, non più rimandabile, per rivendicare la libertà di movimento per tutte e tutti reclamando un permesso di soggiorno europeo; per affermare l’esistenza e la determinazione delle istanze solidali femministe antirazziste e antiliberiste che ancora esistono nel nostro paese; per mettere in luce quali siano le reali condizioni in cui le donne migrano e quanto le forze dell’ordine e le istituzioni siano corresponsabili e conniventi con le violenze che subiscono.

Il valore delle testimonianze

Gabriella Rossetti

 Porto da Barcellona tre parole chiave e una piccola frase che sono state pronunciate e agite nel corso della sessione del Tribunale Permanente dei Popoli dedicata alla Violazione e Impunità dei Diritti Umani delle Persone Migranti e Rifugiate. Provo a raccontare l’eco che hannoavuto per me.

Le parole sono: drammatica aberrazione culturale – atrofia morale – testimonianza, e la frase è“Si deve permettere alle persone di rendersi conto di quello che sanno”.

La drammatica aberrazione culturale è quella che opera la sostituzione delle vittime con persone ostili, nemici. Si suppone che sia possibile mostrare i barconi che fanno naufragio o che approdano carichi di persone che hanno attraversato deserti e mari, come se fossero carichi di donne e uomini ostili e pericolose, colpevoli di qualche misfatto, magari anche solo potenziale. Quelli che muoiono in mare non sono degni, neppure per un attimo, di compassione, tanto meno di solidarietà che è un’altra cosa, molto più complicata. Cambia la didascalia e la stessa immagine è sostituita da un’altra, con un altro significato. Il potere della didascalia è tale da smentire la fiducia che, solo alcuni decenni fa, si aveva nella rappresentazione fotografica della realtà cruda di corpi morti, irriconoscibili .

“Vediamo se, guardando le stesse fotografie, proviamo gli stessi sentimenti di orrore e disgusto”, scriveva Virginia Wolf nel 1938, di fronte a foto di corpi mutilati, provenienti dalla Spagna. Pensava che sì, l’orrore e il disgustonon potevano che essere condivisi da tutti noi. Ma già allora quel “noi” s’incrinava: chicome lei vi vedeva l’”orrore e il disgusto” per la guerra e chi invece voleva separare la scena orribile dalle sue cause.

Oggi siamo andati al di là. La potenza della didascalia, dell’interpretazione della foto è tale da ottundere, cancellare ogni capacità di empatia. Èquesta “l’atrofia morale”nominata durante la sessione del Tribunale di Barcellona.

Di atrofia morale si tratta quando un clamoroso velo di opacità svuota di significato ogni scena.  È una condizione che può essere osservata, a volte anche sperimentata da tutti, ma che è molto difficile da giudicare e condannare. Ho scoperto che, giuridicamente, si può imputare un reato di “indifferenza consapevole, per esempio a una badante che fa il suo dovere, ma non interagisce in nessun modo con il vecchio paralizzato su una sedia a rotelle. Mi chiedo se si possa allargare questo concetto, ma chi lo può impugnare come soggetto giuridico? Siamo, appunto, nella sfera delle condotte morali e sappiamo quanto scivoloso sia il piano delle possibili legiferazioni al riguardo.

Delle persone stanno annegando, la cosa non mi emoziona. Neppure donne e bambini si salvano dall’indifferenza. Il cadavere del bimbo sulla spiaggia ha consumato in fretta le sue capacità comunicative. Le donne anche se sono madri perdono punteggio nella scala della empatia possibile quando si aggiunge che le gravidanze sono“avvenute durante il viaggio” e in fondo non hanno impedito loro di smaltarsi le unghie (la famosa foto della mano femminile con le unghie rosse aggrappata a un pezzo di legno).

Dobbiamo quindi ammettere che non è vero che non si sa:sappiamo e l’informazione non manca.  Ma che cosa ne facciamo di quel che sappiamo è un’altra faccenda. Per esempio, può succedere che eventi tragici come quelli siano rubricati come “incidenti” e sappiamo che “la sofferenza provocata da incidenti è praticamente assente dalle rappresentazioni (visive)”. Lo diceva Susan Sontag più di 15 anni fa osservando le nostre reazioni davanti al dolore degli altri.Allora aggiungeva che anche paura e vergogna sono reazioni possibili: paura per un “può succedere anche a me”,vergogna per “non posso farci niente”. Se è vero che la compassione serve a coprire queste due reazioni che ci chiamerebbero direttamente in causa, forse mettere in luce e portare alla coscienza connessioni e connivenze tra il nostro privilegio e la loro storia può servire a sapere qualcosa di più.

Si deve permettere alle persone di rendersi conto di quello che sanno

Forse andrebbero esposti proprio i ragionamenti che si fanno e che rimangono chiusi e muti. Non solo quelli giusti. Ero sul tram numero cinque a Roma l’altro ieri. Salgono quattro africani, due donne e due uomini. Un uomo in piedi vicino a me dice al suo amico: “Io sono qui e devo accettare che questi siano qui, non ho il diritto di fare niente”.  L’altro conferma e si compatiscono a vicenda. Non sono stata abbastanza brava da chiedergli con calma spiegazioni su cosa è costretto ad accettare. Invece ho detto“Anch’io sono costretta ad accettare lei”, una frase del tutto sbagliata perché sono caduta nel suo ragionamento. Ciò che quell’uomo diceva era solo una piccola parte di una costellazione di pensieri e sentimenti che chiamiamo“razzismo”.  Sappiamo che l’esito finale è l’espulsione dalla comune umanità.

Forse si dovrebbe lasciare spazio, anche nei tribunali simbolici, al dispiegarsi ad alta voce e di fronte ad altri in ascolto di quello che le persone credono di sapere per vedere l’effetto che fa prima di confrontarlo con altre cose che le stesse persone sanno e non sanno di sapere. Ricordo sempre un grande pacifista palestinese, Gassan Andoni quando diceva: “Il 90% dei palestinesi sono a favore di una soluzione armata del conflitto e il 90% sono contrari”.

Tutto ciò, con molto altro, costruisce l’insieme di ingredienti di quella che è stata chiamata una “pedagogia della crudeltà”.“L’altro è disponibile per un solo uso, se ne può fare a meno, nessun filo ci unisce, i nostri destini non hanno nulla in comune”,  dice Amador Fernandez Savater raccontando la fine dell’empatia. Può essere importante farne una verifica costante nelle nostre vite.

Di questi pezzi del nostro mondo dovremmo essere più consapevoli per capire meglio quali sono i motivi che sembrano ridurre e raffreddare l’impatto di pur gloriose iniziative come questa del TPP. Altre erano le condizioni culturali e politiche, ma soprattutto soggettive di qualche decennio fa quando nacque il Tribunale. Altri i soggetti capaci di reggere e renderne efficace la struttura. Altri forse sono oggi i soggetti che possono proporre un’altra richiesta di giustizia.

In questa sessione, pur non comparendo nel titolo, c’era qualcosa di molto specifico rispetto a quel “noi” che Virginia Wolf evocava con la fiducia di una condivisione tra soggetti individualmente diversi. La sessione era quasi per intero dedicata alle donne: alle loro testimonianze e al loro modo di rispondere alla richiesta di un’altra giustizia.

È nelle testimonianze e nel loro valore e significato che si gioca per intero, secondo me, questo protagonismo. Lo hanno già detto, fatto e dimostrato le donne della ex Jugoslavia. “Voi, le donne testimoni, siete i soggetti principali del Tribunale delle donne. Nei processi legali formali siete trattate come vittime, qui siete diventate una parte autentica della storia” si legge nel resoconto del “Tribunale delle Donne. Un approccio femminista alla giustizia”, del Centro per gli Studi delle Donne di Belgrado. Un’esperienza che è stata condivisa e discussa in Italia e non solo, che ci ha insegnato a vedere la continuità della violenza, domestica, pubblica e politica, a riconoscere la violenza strutturale e insieme a costruire nei confronti delle testimoni quell’etica della cura che fa della testimonianza una pratica di guarigione e della guarigione una forma di giustizia. Rimane aperto il grande tema dell’impunità, dell’imputabilità e della colpa nelle situazioni di “no diritto”. Qui si gioca ancora il senso compiuto di un’azione che si può chiamare Tribunale. Su questo c’è molto lavoro da fare, ma le storie raccontate a Barcellona, in prima persona o attraverso la mediazione di operatrici o rappresentanti di un associazionismo ricchissimo, contengono già imputazioni e chiamate in causa di soggetti concreti, realissimi, con un volto e una voce, che siano aguzzini dei centri libici, presidenti/dittatori di stati, o i tanti che costruiscono il sistema razzismo. Viene da pensare a modi possibili per allargare e aprire a tanti settori della società quelle voci, saltando altre mediazioni.

Tornata da Barcellona, ho pensato anche che l’era del testimone è stata inaugurata dai tribunali della Shoah e che proprio allora furono le donne a scoprire che mostrare l’irriducibile sofferenza di un individuo, o di molti, è necessario per evitare che essa si dissolva e si neutralizzi in una statistica. “Non vorrei mai sentire qualcuno parlare del lager senza esserci stato”, diceva Giuliana Tedeschi, una sopravvissuta… Non si può testimoniare in astratto, ma solo davanti a un interlocutore profondamente disposto all’ascolto.  Ci sono voluti anni prima che si potessero ascoltare queste voci e che diventassero autorevoli tanto e a volte più di quelle degli storici, perché si riconosceva la loro esperienza come capace di farne delle voci esperte. In altre parole, si può dire che la testimone non ha bisogno della giuria perché le si renda giustizia, che è la testimonianza stessa che gliela accorda.

È questo che può succedere anche alle voci delle migranti e profughe che hanno parlato a Barcellona? Durante le prime riunioni in preparazione di questa sessione, si è detto che la si doveva vedere come un inizio. È proprio la giovane donna che ha steso l’atto d’accusa che ci invita a metterci in cammino.

Una giustizia di genere

Floriana Lipparini

 Noi donne non migranti vogliamo denunciare la violenza di questo sistema che gerarchizza, seleziona e divide impedendo alle donne migranti di autodeterminarsi e prendere parola.

Non possiamo e non vogliamo parlare noi al posto delle donne migranti, ma possiamo e anzi dobbiamo impegnarci affinché le migranti abbiano il diritto e lo spazio per prendere parola in prima persona come soggetti a pieno titolo. Poter dire da cosa fuggono, che cosa vogliono, che cosa sperano.

Sono donne che hanno fatto un viaggio nel futuro e nell’altrove, piene di coraggio e determinazione, altrimenti non avrebbero potuto attraversare l’inferno da cui provengono, creato dall’Occidente colonialista nel passato, e neocolonialista oggi con politiche razziste e escludenti.

Allora qual è il nodo su cui secondo noi è necessario lavorare, trovando parole e gesti efficaci? Occorre ottenere per loro e per noi una giustizia di genere. Ecco perché abbiamo partecipato al TPP con un nostro documento. Come donne, come femministe, come cittadine dell’Italia e dell’Europa vogliamo dissociarci dalle violenze dei nostri governi. Vogliamo un’altra politica, un’altra Europa, un altro tipo di giustizia.

Concretamente potrebbe voler dire in prima istanza ottenere la protezione umanitaria internazionale e non discriminante per tutte le donne migranti, senza costringerle a doversi sottoporre a percorsi di integrazione/riabilitazione. Va concretamente riconosciuta la specifica violenza insita nel percorso di migrazione delle donne dall’inizio alla fine, già peraltro certificata da numerosi organismi internazionali e dall’Onu. Questo dovrebbe essere il criterio sufficiente per accordare la protezione internazionale e il permesso di soggiorno.

Questo è solo un tassello nel mosaico di resistenze e di lotte che dobbiamo costruire per cambiare il corso mortifero delle politiche europee in tema d’immigrazione, e non solo. La deriva parafascista e razzista che rischia di sommergerci non è casuale, sebbene in parte inaspettata. Quel monstrum che è il sistema neoliberista patriarcale ha affilato le armi per conquistare una vittoria definitiva, allarmato forse dalla forza delle nuove ribellioni libertarie e femministe, come d’altra parte è già accaduto nella storia (le streghe, gli eretici…), riposizionandosi ogni volta su nuovi livelli di repressione e brutalità.

Quali sono oggi queste armi? Manipolazione, propaganda, inversione della realtà, negazione sempre più spregiudicata dei diritti, impoverimento programmato, esclusione e confinamento non solo delle persone migranti ma in modo non sempre visibile di chiunque si opponga a quel modello maschile, autoritario, gerarchico. Il tentativo è quello di tornare indietro, facendoci ringoiare tutte le nostre conquiste.

Su questi punti molto è uscito dalla sessione del TPP, che ha lanciato un fortissimo allarme sull’emergere di una necropolitica europea e sull’espandersi degli spazi di No Diritto. Uno spazio dove non contano più i diritti è uno spazio di non-vita. No-diritto è uguale a Non-Vita. Un enorme buco nero nella galassia in cui viviamo. Terrificante.

Le donne che hanno dovuto faticosamente lottare per uscire da millenari recinti e conquistarsi i propri diritti capiscono bene di cosa si tratta e quali pericoli corriamo. Abbiamo dunque un compito fondamentale con la nostra specifica sensibilità, con le nostre pratiche e la nostra consapevolezza. Proprio qui alla Casa delle Donne il tema della consapevolezza è centrale, promuovere la consapevolezza: un obiettivo molto concreto perché solo dalla consapevolezza nascono i comportamenti, le scelte, i cambiamenti.

Questo con la Rete Femminista No muri, No recinti abbiamo sempre cercato di fare, promuovere consapevolezza non solo alla Casa ma anche fuori, con le tante donne con cui siamo in rapporto, per riuscire a resistere e a contrastare la barbarie, seguendo principi di giustizia e democrazia sostanziale in un’ottica di genere.

Infine mi piace ricordare quella citazione di Hannah Arendt che abbiamo messo in cima al nostro primo appello per la creazione della Rete No muri, No recinti:  “Poter andare dove si vuole è il gesto originario dell’essere liberi, mentre la limitazione di tale libertà è stata da tempi immemorabili il preludio della schiavitù”. Se lo dice Arendt, possiamo crederci.